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Terza Lezione

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1 Terza Lezione il Lun Dic 06, 2010 11:40 pm

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Pianificazione linguistica e lingue pianificate
Federico Gobbo
Universi tà del l ' Insubria
federico.gobbo@gmai l .com
1. Introduzione
La disciplina scientifica che prende il nome di 'interlinguistica' entrò nel dibattito dei linguisti attraverso
l'intervento di Otto Jespersen al secondo congresso internazionale dei linguisti del 1931 svoltosi a
Ginevra. Secondo la sua esposizione si tratta di una scienza, il cui campo d'indagine è la creazione delle
norme delle interlingue, vale a dire lingue ausiliarie costruite per l'uso scritto e orale tra esseri umani che
non hanno in comune la stessa madrelingua (JESPERSEN 1931). Tale approccio – molto presente nella
prima metà del Novecento – si è praticamente fermato dopo la pubblicazione dell'Interlingua nel 1951,
redatta principalmente secondo la guida di Alexander Gode. Oggigiorno solo l'esperanto ha una comunità
stabile di parlanti; a grande distanza seguono l'Ido e l'Interlingua. Un rinnovato interesse per diverse
lingue pianificate – per la maggior parte progetti – è riscontrabile da quando internet è diventato un
fenomeno di massa (GOBBO 2005a). Comunque, nessuna proposta posteriore al 1951 ha avuto una
diffusione significativa in termini sociolinguistici (GOBBO 2005b). La conseguenza più diretta è invero
molto semplice: l'intero apparato speculativo interlinguistico fatto da linguisti, scienziati e amatori nella
pianificazione delle lingue pianificate è rimasto fuori dal dibattito scientifico nell'area della
pianificazione linguistica, che è a sua volta un ramo della linguistica.
Infatti, la pianificazione linguistica come disciplina scientifica nasce attraverso il noto articolo di HAUGEN
1959 sul complesso processo di normazione del norvegese, articolo che non fa alcun riferimento agli
sforzi di normazione delle Lingue Ausiliarie Internazionali (LAI). Negli anni 1960 e 1970 la ricerca si è
concentrata sulla pianificazione delle lingue locali in contesti postcoloniali, in particolare in Africa e in
Asia. Solo TAULI 1968 richiamava l'attenzione sulla comparazione della normazione delle LAI con i
nuovi problemi, ma la sua rimase voce che grida nel deserto. Forse la causa di tale oblio è da ricercarsi
nei problemi linguistici che venivano trattati in quel periodo. In effetti, i casi studio più famosi del tempo
erano lo swahili, lingua nazionale della Tanzania, che veniva parlata anche in altri stati africani, e le
lingue gemelle malay e indonesiano, lingue nazionali rispettivamente della Malesia e dell'Indonesia, in
Asia (WRIGHT 2004).
Tuttavia, le speranze di trasportare il modello degli stati nazionali europei in contesti postcoloniali, dove
la lingua nazionale principale diventa la bandiera dell'identità dei cittadini, erano destinati ad essere
deluse. Negli anni 1980 e 1990 nella comunità di ricerca furono sollevate critiche importanti contro
l'approccio originario, che sottolineava la pianificazione di grafia, grammatica e lessico, da un lato, e
dell'istruzione scolastica nelle scuole statali, dall'altro. Si cominciava a considerare la lingua un
fenomeno politico tout court: l'obiettivo più sensato, meno ambizioso ma decisamente più realistico, era
il sostenere il multilinguismo per ridurre il grado di complessità sociolinguistica, per esempio evitando la
discriminazione di un dato gruppo etnico a causa di una insufficiente competenza linguistica (RICENTO
2000b).
Inoltre, l'interesse dei ricercatori diventò più ampio, fino a comprendere non solo le lingue nazionali ma
anche quelle minoritarie, che spesso sono molto rilevanti solo in una data area, definita o su base etnica
per motivi storici o a causa di fenomeni migratori. Per esempio, a seguito della caduta dell'Unione
Sovietica emersero due tendenze. La prima era di ristabilire gli stati sovrani di tradizione nell'Europa
orientale, alla quale venne legata la pianificazione di nuove lingue di stato, per esempio lo slovacco. La
seconda tendenza invece era di promuovere le lingue minoritarie, esigenza sempre più sentita, perché i
parlanti di dette lingue spesso temevano la decadenza o la morte dei loro idiomi a causa della pressione di
altre lingue presenti su scala nazionale o sovranazionale. Riguardo quest'ultimo aspetto, si è cominciato ad accusare l'inglese di essere glottofago praticamente in ogni angolo del mondo, anche nell'Europa
continentale, che non è mai stata colonia britannica (PHILLIPSON 2004). Per questo motivo negli ultimi
anni, vale a dire dopo l'anno 2000, si parla sempre di più di politiche linguistiche e pianificazione
linguistica come un tutt'uno, in inglese language policy and planning (LPP). Con LPP si intende quindi
sottolineare la profonda relazione tra le decisioni politiche – incluso il laissez faire – e gli strumenti
tecnici della pianificazione linguistica, che nel frattempo si sono molto raffinati. Giusto questa relazione è
il cuore della linea editoriale seguita dalla rivista LPLP (Language Problems, Language Planning),
almeno secondo la mia esperienza triennale di membro della redazione, sotto la guida e il consiglio
principalmente di Humphrey Tonkin.
2. È possibile pianificare una lingua pianificata?
TONKIN 2006b presenta un riassunto convincente del modello principale di pianificazione linguistica,
proposto da Cooper nel 1989 – si veda le discussione di HORNBERGER 2006. In esso vengono distinti tre
rami della pianificazione linguistica: status, acquisizione e corpus. Per pianificazione di status si intende
il prestigio della lingua in un determinato ambiente, per esempio la scelta della lingua usata in
un'istituzione o in un'impresa, mentre per pianificazione dell'acquisizione si intende un'area speciale
dedicata alla glottodidattica, sia nella scuola che attraverso i diversi mezzi di comunicazione. Si noti, che
nel caso delle lingue pianificate questi due rami erano l'attività principale del glottoteta dell'Esperanto.
Infatti, BLANKE (2006: 64-71)
ha proposto una scala a 28 livelli per classificare gli stadi di evoluzione
delle lingue pianificate, che rispecchia esattamente questi rami. Lo stadio di progetto (che esiste solo
come manoscritto: livello 1) non ha alcun prestigio sociale, perché nessuno ha imparato la lingua – tranne
il glottoteta, naturalmente – mentre una lingua pianificata parlata da una comunità stabile per scopi
differenziati mostrerà chiari segni di mutamento linguistico (livello 28). In quest'ultimo caso la lingua
avrà attirato delle persone, per le quali la lingua ha un prestigio definito e si adatta ai diversi bisogni
comunicativi.
Risulta perciò fondamentale distinguere l'approccio diverso all'uso della parola “pianificazione” tra gli
studiosi dell'interlinguistica e quelli della pianificazione linguistica. Per i primi pianificare significa
decidere la struttura del progetto, vale a dire il materiale lessicale, la fonologia, e la morfosintassi,
mentre per i secondi la struttura è un dato, intoccabile e non pianificabile. In effetti, la storia
novecentesca delle LAI mostra che quando la lingua entra nella sua “vita semiologica”, per usare
l'espressione di Ferdinand DE SAUSSURE (1971:111), in altri termini, quando acquisisce un qualche status
e viene un po' acquisita, la struttura diventa non pianificabile1. Ciò vale anche per il glottoteta: se
qualcuno prova a toccare la struttura della lingua pianificata, il massimo che riesce a ottenere è una
frattura all'interno della comunità dei parlanti. Questo è quanto accadde esattamente con il cosiddetto
“scisma” dell'Ido nella comunità di inizio Novecento di esperantofoni. Tuttavia, il misero risultato – e più
probabile – è il suicidio linguistico del nuovo progetto, come accadde ai molti 'esperantidi' (riforme
dell'esperanto) proposte da René de Saussure, o, parzialmente, nel caso del Volapük (vedi sotto). La
semplice verità è, che una lingua pianificata, una volta pubblicata – perciò avente anche solo la possibilità
di avere uno status o un'acquisizione non nulle – obbedisce alle leggi delle “normali” lingue storiconaturali.
Inoltre, essa condivide molti tratti sociolinguistici con le lingue minoritarie, perché la comunità
dei parlanti è una minoranza per definizione al momento del lancio. In generale si può dire che più alto è
lo status della lingua pianificata tra i parlanti, più basso è lo stesso nella società generale. Non di pari
importanza è la bravura del glottoteta: il lessico del neonato progetto non può coprire tutti gli usi possibili
della lingua stessa – ci si immagini Zamenhof, che metta dentro il primo vocabolario (Universala
Vortaro) termini informatici! In altri termini, anche i sostenitori delle lingue pianificate devono occuparsi
della pianificazione del corpus, che è il terzo ramo della pianificazione linguistica. La decisione sulla
grafia normativa, sui neologismi e arcaismi nei vocabolari, la sanzione o la promozione delle varie
locuzioni, sono tutti esempi dello scolpire il corpus.
Siamo ora in grado di rispondere alla domanda posta all'inizio di questo capitolo, se è possibile pianificare una lingua pianificata. Dal punto di vista della pianificazione linguistica una lingua pianificata
è a tutti gli effetti una lingua a pieno titolo dopo il suo lancio come progetto, e perciò è pianificabile. Se
riesce ad attirare persone e quindi status per una comunità di qualche tipo, essa avrà vitalità linguistica
non dissimile da quella delle lingue storiconaturali.
3. Elaborazioni, unificazioni, distanze e tetti linguistici
Lavorando sul problema della promozione delle lingue minoritarie in Europa, Kloss propose una
terminologia specifica per distinguere i livelli di status, acquisizione e corpus di due lingue che vivano
nello stesso spazio sociolinguistico (KLOSS 1967). Gli strumenti di misura di Kloss, che da molti anni
sono entrati nella cassetta degli utensili del pianificatore linguistico, sono (almeno) tre: Ausbau, Abstand,
Dach. Si tratta di termini di lingua tedesca che vengono usati tali quali nella letteratura, principalmente
redatta in lingua inglese. Tutti e tre si basano su un parametro comune, vale a dire la mutua comprensione
reciproca o la sua mancanza: questi stati possono essere modificati attraverso atti di pianificazione
linguistica (TOSCO 2008b).
Il primo utensile di Kloss è Ausbausprache, in inglese Ausbau language, in italiano talvolta 'lingua
d'elaborazione', sulla base del calco francese langue par élaboration. Una lingua può essere pianificata
per elaborazione, quando i parlanti intendono distinguersi dalla maggioranza, in altri termini intendono
uscire dalla situazione di mutua comprensibilità, in altri tempi vogliono raggiungere una mancanza di
comprensibilità, solitamente per forti motivazioni politiche. Tipici esempi sono l'olandese, che è stato
elaborato dal tedesco, e lo slovacco, elaborato sulla base del ceco, in parallelo con l'indipendenza degli
stati – evidentemente sto semplificando molto per chiarire il punto chiave. Più tempo passa, più le due
lingue, dapprincipio collocabili su un continuum dialettale, diventano lingue a sé stanti. Da questo
processo di elaborazione (in inglese Ausbauization) spesso si arriva a una diglossia, ovvero a una
distinzione funzionale nel repertorio linguistico; in altre parole la diglossia postula sempre un processo
precedente e lungo di Ausbauization (FISHMAN 2008).
Per indicare il processo opposto, Fishman ha introdotto l'espressione Einbau language, ovvero lingua di
unificazione (FISHMAN 2008, 2006). La variabile più importante della dicotomia Ausbau/Einbau è la
seguente: l'efficacia dei risultati del processo delle lingue in analisi sono causati dagli uomini
coscientemente, a livello sia individuale che sociale.
Al contrario, il secondo utensile di Kloss indica proprio quando la distinzione tra le due lingue
compresenti nello stesso spazio sono “naturali”, nella maggior parte dei casi perché tipologicamente
diverse: il termine di Kloss è Abstandsprache, in inglese Abstand language, in italiano talvolta 'lingua di
distanza', sulla base del francese langue par distance. Si dice che due lingue sono 'indipendenti a causa
della distanza'. Esempi tipici sono la relazione tra il basco e lo spagnolo, o tra il turco e il curdo – anche
qui semplifico molto.
Il terzo e ultimo utensile Kloss lo chiama Dachsprache, in italiano 'lingua tetto' (in francese languetoit;
in questo caso la traduzione italiana è usata senza tentennamenti). Una lingua diventa tetto di una o più
varietà linguistiche quando viene usata esclusivamente per le funzioni molto prestigiose e formali.
L'italiano (neo)standard o l'altotedesco (Hochdeutsch) sono tetti rispettivamente delle varietà linguistiche
regionali (diatopiche) in Italia e in Germania: una lingua tetto dev'essere ben elaborata, cosicché ogni
parlante delle varietà regionali possa trovarci qualcosa di familiare, anche se può comunque talvolta
variare tra le diverse varietà diatopiche.
4. Principali casi studio
Il primo caso studio è l'inversione linguistica (language shift) dal Volapük all'esperanto. Com'è noto, la
causa principale del disfacimento del movimento volapukista è la tendenza alle “riforme”, vale a dire alla
volontà di cambiare la struttura della lingua stessa, e l'assoluta inflessibilità del glottoteta della lingua,
Johann Martin Schleyer (BLANKE 1985). Applicando gli utensili presentati prima, si può aggiungere che il
Volapük è lingua di distanza di qualsiasi lingua del mondo, in altri termini essa è del tutto irriconoscibile
per qualsiasi essere umano a prima vista. Al contrario, l'esperanto può essere visto come lingua tetto delle
lingue romanze, germaniche e slave, poste nella lingua in un equilibrio molto delicato.Per questo motivo in ciascun esperantido proposto in seguito gli elementi slavi sono stati fatti sparire, e
anche la maggior parte di quelli germanici: l'Ido può essere considerato in certa misura come una lingua
d'elaborazione (Ausbau) dell'esperanto, affinché una mutua comprensione passiva può essere ben
garantita, nonostante le due lingue siano chiaramente diverse. Naturalmente, questo non è un caso: Louis
Couturat, il glottoteta dell'Ido, sperava infatti in una transizione degli esperantisti di allora alla nuova
LAI, e perciò l'Ido doveva essere in qualche grado familiare, cioè non diventare lingua di distanza
(Abstand).
La storia delle lingue pianificate mostra che i principali successori del Volapük cercarono di porsi come
lingue tetto delle principali lingue di cultura dell'Europa occidentale, almeno da un punto di vista
strutturale. Per esempio, l'OccidentalInterlingue
di Edgard de Wahl è molto debitore all'inglese e al
francese. L'Interlingua si è posta programmaticamente lingua tetto delle lingue romanze. Un tentativo di
trovare una lingua pianificata unificante (Einbau) è il Novial, proposto da Otto Jespersen, che riprende
pezzi di esperanto, Ido, e Occidental per unificare i movimenti a sostegno delle lingue pianificate del
tempo. Tale strategia di proposta di lingue pianificate viene detto mélange, mentre la strategia opposta è
promuovere il prestigio di una variante, vale a dire alzare il suo status mediante atti di pianificazione
linguistica. E infatti, analogamente al caso delle lingua tetto del romancio, pianificata da Heinrich
Schmidt nel 1982 (DELL'AQUILA-INNÀCARO 2004), è stata pressoché rifiutata dal gruppo di ricevimento.
5. Conclusioni e direzioni di ricerca
La situazione attuale delle lingue pianificate è la seguente: l'esperanto è un oggetto di studio maturo per
l'applicazione di tutti gli utensili della pianificazione linguistica. In tal senso per certi versi assomiglia
alle lingue minoritarie. Analogamente a queste, l'esperanto gode di un alto prestigio tra i suoi parlanti,
mentre il suo prestigio è molto basso al di fuori della comunità. Poche persone riescono a mantenersi per
mezzo dell'esperanto, e ciò significa che il vigore linguistico è lasciato ai suoi sostenitori. In ultimo, il
tratto che distingue l'esperanto dalle lingue minoritarie è questo: la normazione della lingua non dipende
dai suoi parlanti nativi. La norma infatti è determinata dalle tradizioni linguistiche e culturali, in
particolare quella letteraria, portata avanti dall'élite intellettuale esperantofona. Si può concludere, che il
dilemma tra la promozione di una varietà linguistica e l'elaborazione di un mélange dal continuum
dialettale è valido nei casi delle lingue storiconazionali
e di quelle pianificate ugualmente. L'esperanto
merita quindi di essere studiato in comparazione con le lingue “normali”, e non in ultimo con le lingue
minoritarie.


1) - Per una recentissima presentazione degli interessi saussuriani alla pianificazione linguistica inquadrata
nel suo tempo, v. almeno ASTORI 2010.



Bibliografia
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