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Lezione di Mark Fettes -non presente sulla rivista-

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Ecologia linguistica dell’educazione: problemi e prospettive.*

Mark Fettes
Simon Fraser University, Vancouver
mtfettes@sfu.ca


1. Ecologia linguistica - che cos’è?

Con “ecologia” si indica un sistema – soprattutto un sistema vivente – con molteplici rapporti di reciproca dipendenza tra i suoi diversi elementi. Generalmente per ‘sistema’ si intende qualcosa che abbia una sua coerenza, un’identità che non è solo la somma delle singole parti. Si può essere parte di un ecosistema senza tuttavia comprenderlo completamente: le proprie azioni possono dar consistenza e mantenere in vita la locale ecologia – o forse anche indebolirla o trasformarla – ma spesso non si sa come ciò accada precisamente, né si conosce la causa di cambiamenti evidenti di circostanze di un luogo. Questi sono gli scopi delle scienze ecologiche: caratterizzare tali interrelazioni, capire come funziona il sistema come totalità e spiegare come possono agire gli appartenenti al sistema per mantenerlo e per trasformarlo.
Noi tutti, in quanto esseri umani, siamo elementi di un’ecologia linguistica. Ogni lingua è un complesso sistema di relazioni fra i suoi utenti, le sue strutture, le sue parole. Lo strumento migliore ideato dagli uomini per esplorare questa ecologia è la letteratura: tramite questa, in effetti, si coltiva una particolare ecologia linguistica, nutrendola, vincolando tra loro gli uomini con nuove idee e nuovi modi di espressione e distinzione.
Ma l’ecologia linguistica non è solo una questione interna di ciascuna lingua: gli uomini non sono monolingui ma plurilingui e, con le loro interrelazioni, tanti diversi sistemi linguistici si connettono fra loro in sistemi ancor più ampi, persino difficili da comprendere e da sostenere. Proprio e soprattutto di questa ecologia interlinguistica si dibatterà in questa sede.


2. Che cos’è l’educazione?

Il titolo della conferenza mette a fuoco un altro concetto cui porre particolare attenzione per un momento: l’educazione. Sembrerà forse una questione ordinaria, banale: siamo da tempo abituati all’idea che i ragazzi, per più di dieci anni della loro vita, debbano continuare a frequentare luoghi in cui vengono istruiti nei diversi campi del sapere, che la loro società considera i più importanti, in primis leggere e scrivere. Riflettiamo però per un attimo sul fatto che questa è un’invenzione relativamente recente: solo da circa due secoli esiste l’idea che tutti i ragazzi debbano frequentare le scuole. E su questa “povera” istituzione la società scarica tutti i suoi desideri, le fobie, le speranze, dimenticando spesso che essa non era stata pensata per rispondere a tutti i bisogni educativi. In effetti si potrebbe dire che oggi i mass-media, soprattutto i potenti mezzi elettronici, televisione, video, internet, hanno assunto questo ruolo educativo per molti giovani: se un tempo si imparava dalla cultura del quartiere, ora si mediano insegnamenti da un mondo virtuale con immagini in continuo cambiamento e anche informazioni.
Indipendentemente dalla forma e dagli scopi, l’educazione ha inoltre, fin da sempre, anche una dimensione linguistica: non si educa in qualsiasi lingua, ma solo per mezzo d’un ristretto, ben selezionato numero di esse. Non sarebbe esagerato dire che le cosiddette lingue moderne, come l’italiano, risultano quasi come creazione di un sistema educativo: esse sono assolutamente una sottostruttura essenziale della loro ecologia.


3. Scuole e modernità solida

I sociologi hanno coniato termini specifici per caratterizzare la generale ecologia sociale della nostra epoca; ne hanno persino molti e in concorrenza tra di loro. Ma la definizione che trovo migliore è del sociologo polacco-britannico Zygmunt Bauman.
Secondo Bauman, le nostre società moderne si sono create innanzitutto per tentare di superare le insicurezze dell’esistenza umana. La scienza moderna aspira a scoprire leggi universalmente valide; la moderna filosofia, verità irrefutabili; la moderna medicina, farmaci comunque e sempre efficaci. Per raggiungere tale sicurezza, gli uomini hanno provveduto a grandi istituzioni gerarchiche e burocratiche, il cui insieme viene chiamato ‘Stato’. Secondo l’originale visione europea, che ha ispirato tante azioni sociali tra il 18° e il 20° secolo, ciascun Paese deve arrivare a un’unità che garantisca la libera partecipazione di ogni cittadino alle istituzioni: tramite tale libera partecipazione, il cosiddetto ‘contratto sociale’, i membri di ogni Paese contribuiscono a una migliore, più tranquilla e più sicura vita per tutti.
La scuola è una parte importante di questo sistema statale, perché incarna l’ambizione di introdurre i ragazzi nella vita civile del Paese. Tale ruolo unificante è insito nel concetto stesso di scuola. Di conseguenza, la lingua della scuola è sempre un importante argomento politico, e si è sempre aspirato ad avere una sola o tutt’al più due lingue principali, anche nei Paesi con molte lingue e molti dialetti. Le lingue della scuola sono anche lingue letterarie, lingue economiche: lingue per mezzo delle quali ci si può immaginare a pieno diritto come membri della cultura nazionale. È proprio questo ruolo delle scuole, giocato nel coltivare un’immagine ideale del Paese e della propria identità, che ostacola l’integrazione di più lingue nel sistema scolastico: solo con grande fatica si riesce talvolta a riservare uno spazio a una lingua minoritaria accanto a quella nazionale, e persino per i genitori che parlano quella lingua può essere difficile accettare che essa diventi oggetto di studio a pieno titolo o lingua-strumento ufficiale del programma scolastico.
Questo è infatti il tradizionale ruolo eco-linguistico delle scuole: presentare ai ragazzi quasi un modello di questa solida lingua nazionale unificata, che essi devono accettare come loro propria, indipendentemente dallo specifico background linguistico personale. Ogni altro scopo linguistico introdotto nella scuola è di fatto accessorio: e ciò comprende ovviamente anche l’insegnamento delle lingue straniere, senza contare il fatto che le scuole siano state costruite proprio per impedire l’apprendimento di altre lingue oltre a quella nazionale.
Questo è un aspetto di ciò che Bauman chiama la ‘solidità’ della modernità classica. Esso funziona entro ben chiari limiti, all’interno dei quali tutto quanto è ben ordinato, coerente, conseguente. Chiaramente tutto ciò è fittizio, è fantasia: la vita umana non è così, non si può dare davvero ordine a tutto in questo modo. Se fate caso agli slogan, tipici delle campagne elettorali, vedrete che in generale evocano questo ordine ideale: più affidabili servizi ospedalieri, scuole migliori, pensioni più alte, ecc.. E persino politici più onesti!
Ecco quindi una legge basilare dell’ecologia linguistica: attraverso le scuole, le lingue nazionali acquisiscono una propria solidità, rispondendo alle attese degli uomini per qualcosa di costante e affidabile che quasi riesca ad ancorarli, in un mondo in continuo mutamento. Verosimilmente non si può sconvolgere dalle fondamenta questo ruolo della scuola senza rovesciare completamente il sistema o riordinarlo su base nuova.

4. Le lingue e la modernità liquida

Tuttavia nella seconda metà del 20° secolo è accaduto qualcosa di inaudito, successivamente etichettato come ‘globalizzazione’: i diversi Stati nazionali (che comunque non sono isolati e autonomi, ma integrati in un più ampio sistema economico e comunicativo) si sono evoluti in una medesima direzione, facilitando il flusso di informazioni, denaro, uomini, merci attraverso i loro confini. Questa evoluzione a sua volta ha sostenuto un’altra evoluzione nella più generale Weltanshauung, dando risalto non tanto all’identità nazionale quanto alla libertà individuale. Nel periodo della modernità classica si concepivano questi due scopi come tenuti insieme: con la creazione di sistemi politici e giuridici sotto un regime democratico si sarebbe arrivati alla massima libertà per ogni singolo cittadino. Tuttavia la creazione dei dispotismi moderni (come l’Unione Sovietica o la Germania nazista) ha dimostrato che questa visione può essere manipolata, e che il nuovo sistema transnazionale ha sviluppato un altro concetto di libertà. Da qui tra l’altro è nata l’idea moderna dei diritti umani come complesso di principi indipendenti dalle decisioni degli Stati, quasi definendo una qualche cittadinanza planetaria che tutti gli uomini possiedono.
La modernità liquida, come la definisce Bauman, è ‘moderna’ per il fatto che ancora aspira a una universalità, che funziona con regole comuni, che comprende ogni sfera della vita umana. Ma dove la modernità solida mirava a una sicura previsione sulla propria sorte, la modernità liquida si è rassegnata, producendo, al contrario, grande incertezza: oggi non si spera più di trovare un posto fisso per tutta la vita, ci si accontenta di qualche anno; non si crede più di poter reggere l’economia con decreti governativi, si accetta che molto dipenda da uomini e istituzioni di altre nazioni, che persino le organizzazioni internazionali siano capaci di reggerla; non si crede più che i nostri figli vivranno in modo simile ai ragazzi di venti, trent’anni fa, rassegnandosi a un sempre più rapido mutamento tecnico e sociale.
Nelle società in cui la modernità liquida occupa uno spazio sempre maggiore tra le strutture della modernità solida, il vecchio sistema delle lingue nazionali appare più un disturbo che una soluzione: per tale ragione si cercano strumenti linguistici che sappiano esprimere le aspirazioni della modernità liquida. E fra questi, quello che si propone nel modo più evidente è l’inglese: non tanto per il fatto di essere la lingua più diffusa, e perciò quella che meglio risponde geograficamente all’ideale di universalità, quanto piuttosto perché è la lingua degli USA, il Paese che emblematicamente simboleggia la modernità liquida. Naturalmente anche questo è in qualche modo una fantasia, non una realtà, ma la fantasia gioca un ruolo importante nella mente degli uomini. Si sogna quindi una lingua inglese completamente disancorata dalla cultura inglese, qualcosa di a-nazionale, neutrale, facile da imparare, e ci si intestardisce a credere che una tale lingua esista, nonostante tante evidenze contrarie.
Voi senz’altro vi chiederete: perché non l’esperanto? Non rappresenta proprio il sogno di un mezzo di comunicazione neutrale, in cui ogni uomo può sentirsi a casa? Certo, avete pur ragione: la modernità liquida dà più spazio alle particolarità uniche dell’esperanto, di quanto sarebbe pensabile per la modernità solida. La modernità solida risponde all’esperanto: “tu non sei una vera lingua” o persino: “tu affossi le lingue nazionali”. La modernità liquida non ha affatto questi complessi. Ma anch’essa è diffidente sull’utopia dell’esperanto, che ricorda fin troppo le aspirazioni della solidità degli Stati. La modernità liquida tende a domandare all’esperanto: “che cosa puoi fare per me?”, non: “come posso per mezzo tuo contribuire a un mondo migliore?”. E a questa domanda: “cosa puoi fare per me”, l’inglese evidentemente ha risposte molto più eloquenti!

5. Dilemmi linguistici dell’educazione

Forse risulta allora chiaro perché la scuola costruita per la modernità solida debba ora affrontare problemi reali e concreti, persino una sorta di crisi: la modernità liquida impone delle sfide che non riesce ad affrontare. La scuola ha certo lo scopo di sviluppare la libertà individuale degli alunni, tuttavia solo entro i limiti dello Stato. Allora si supponeva che gli alunni sarebbero stati di provenienza locale, per cui la sfida principale era di staccarli dall’appartenenza locale e coltivare in loro l’identità nazionale; ora invece la modernità liquida riempie le scuole di una gamma sempre più variegata di alunni provenienti dai più disparati ambienti sociali e culturali, mentre gli insegnanti (borghesi, di città e dell’etnia dominante) restano per lo più a rappresentare la solidità: nella fantasia degli alunni acquistano un ruolo sempre più importante i valori della modernità liquida che contrastano con l’eccessivo legame con un luogo definito, con definite tradizioni, con una gerarchia di saperi indiscutibile. In molti Paesi ci si lamenta del calo dell’educazione letteraria, dell’affievolimento della coscienza storica, dell’eccessivo pragmatismo nelle scelte degli alunni; ma gli altri, meno legati alla solidità tradizionale, sono addirittura fieri di tale evoluzione, vedendo in essa un proficuo adattamento alle richieste dell’attualità.
Dal punto di vista linguistico si notano diversi sintomi di crisi: l’evidentissima diminuzione nell’insegnamento delle lingue straniere diverse dall’inglese, anche in Paesi, come quelli dell’Europa dell’est, dove quella lingua quasi non ha radici culturali. In effetti proprio la mancanza di radici diventa in un certo senso un vantaggio: risponde meglio alle aspirazioni della modernità liquida rispetto a quanto possa farlo una lingua legata a identità diversi e antiche lotte. Al contempo cresce il dubbio sul futuro delle altre lingue nazionali, persino molto diffuse, come il tedesco o l’italiano: si prevede una perdita di terreno a favore dell’inglese, soprattutto nel campo dell’educazione superiore e nei mass-media, oltre a imprese e istanze internazionali (per esempio quelle dell’Unione Europea), e poi gradualmente in altri importanti campi dell’ecologia linguistica: si tratta proprio dell’irrompere della modernità liquida in moltissimi campi della vita moderna, e dunque non di una questione puramente linguistica, ma anche culturale, economica, psicologica.

6. La prospettiva ecologia, più in profondità

Conviene mettere a fuoco un aspetto di tale evoluzione, strettamente legato all’argomento sin qui dibattuto: l’ecologia. Non c’è assolutamente bisogno di ribadire il fatto che le nostre società moderne stanno affrontando una crisi molto seria per l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, del prevedibile esaurimento a breve termine della disponibilità di acqua, aria e terra. Non si tratta soltanto del cambiamento climatico, che tanto ha ultimamente occupato i mezzi di informazione, ma di molti altri sintomi dell’impossibilità della nostra civiltà di durare a lungo. Quanto alle risposte educative a tutto ciò, si pensa a lezioni sul riciclaggio, all’ambiente da mantenere incontaminato, al risparmio energetico, ecc. Tuttavia il ruolo dell’educazione è molto più profondo e complesso di quanto di solito si suppone. Teniamo bene a mente che il sistema scolastico è stato costruito per staccare l’alunno dal luogo di nascita e inserirlo nell’alveo dell’identità nazionale, con la possibilità di “traslocare” liberamente, a seconda delle circostanze politiche ed economiche, con l’esigenza dunque che il programma scolastico non si concentrasse sulle particolarità locali se non per illustrare fenomeni più generali o per rimarcare qualcosa di significativo a livello nazionale. Ovviamente le persone imparano molto della realtà locale, ma non attraverso la scuola, alla quale è stato affidato tutt’altro compito.
Ciò significa che lungo molte generazioni si sono insistentemente educati i ragazzi a un’immagine del mondo in cui storia, cultura, geografia di ottica locale sembrano quasi senza importanza in confronto a una storia, cultura, geografia di taglio nazionale. In collegamento con altre conseguenze della modernizzazione (movimento coi mezzi di trasporto, inurbamento, migrazione e simili), ciò significa che sempre meno uomini hanno un forte legame e conoscenza dettagliata del realtà locale dove abitano: e ciò che non si conosce bene non può essere amato né conservato con cura. Chiaramente questo compito potrebbe essere assunto da associazioni di volontari e di amatori, ma queste potrebbero riuscire tutt’al più a “rattoppare” dei buchi nel tessuto della società, buchi che si ingrandiscono sempre più di generazione in generazione.
In un’ottica linguistica si registra la ovvia sparizione di dialetti e lingue locali. Io stesso ho un interesse particolare per la sorte delle lingue indigene, lingue di solito fortemente legate alla natura e alla storia della realtà locale in cui sono parlate. Proprio tali lingue, che scompaiono a un ritmo incalzante in tutto il mondo, sono magna pars delle cinque- o seimila lingue a oggi parlate. La sparizione della diversità biologica va di pari passo con la sparizione della diversità linguistica. Ma proprio stando all’analisi proposta, non è possibile fermare tale deriva senza cambiare i processi più generali della modernizzazione. Molti attivisti in sostegno alle lingue indigene ritengono necessario modernizzare queste stesse lingue, arricchendole di dizionari, grammatiche, manuali, letteratura. Forse qua e là tale strategia può anche funzionare, anche se a scapito di una certa intimità nelle relazioni mediate da tale lingua quando divenga più burocratica, formale, standardizzata. Come strategia più generale, però, essa è destinata senz’altro all’insuccesso, perché il mondo non può mantenere migliaia di nuovi pseudo-staterelli, che non possono vivere solo di qualche migliaio di parlanti. Così anche le pretese di alcuni, che la generale introduzione dell’esperanto possa eliminare l’oppressione su queste lingue e lasciarle fiorire in pace, semplificano eccessivamente il problema.

7. Verso una nuova ecologia linguistica

Dobbiamo allora concludere affermando che la partita è già persa, sia per la diversità linguistica, sia per le aspirazioni dell’esperanto di cambiare radicalmente le relazioni linguistiche tra gli uomini? Ebbene, questo assomiglia all’argomentazione secondo cui noi avremmo già talmente compromesso il nostro rapporto col pianeta, che non ci rimarrebbe che costruire l’astronave per andare su Marte.
Da quanto detto risulta chiaro quale ruolo centrale giochi l’educazione nell’ecologia linguistica, e quanto essa sia intimamente collegata all’ecologia della natura. Si è visto anche che le evoluzioni linguistiche si sviluppano all’interno delle evoluzioni sociali più generali, fra cui l’evolversi (e la reciproca concorrenza) di modernità solida e modernità liquida. Quindi auspico che gli esperantisti, ecologisti, attivisti indigeni e diversi altri gruppi comincino a concepire sé stessi come appartenenti a una terza specie di modernità, che mi piace chiamare transmodernità: si tratta di uno sforzo cosciente di vincolare nuovamente le nuove generazioni alle culture, alle storie, alle particolarità naturali di ciascun luogo, tuttavia considerandole come parte di più vasti fenomeni della regione, della nazione, dell’umanità.


Il testo è frutto della rielaborazione di una conversazione: ciò ne giustifica soluzioni stilistiche e strutture linguistiche di carattere più colloquiale. Per la traduzione dalla Lingua Internazionale, in cui si è tenuto l’incontro e il successivo dibattito presso la Biblioteca ‘Alpi’ di Parma, si ringrazia Gustavo Zanoli, vice presidente del Gruppo esperantista parmigiano “G. Canuto”.

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